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SCULTURE

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marino marini è stato un tipo di artista attratto essenzialmente dai ricorsi storici e che non si è limitato al contingente, ma si è affidato all’intuizione, cioè alla sfera dei sentimenti e dell’immaginazione che dall’inconscio si trasferisce alla conoscenza; il suo spirito creativo necessitava di ampi orizzonti che non lo confondevano nè lo rendevano incerto. in lui si sono fusi tradizione e modernità. la convergenza dei suoi legami di natura umana, spirituale ed estetica con la vita, determinarono il contenuto, peraltro assai complesso, delle sue opere. questo senso della vita, materiale, concreto, emotivo e spirituale, sedimentò in una tematica piuttosto limitata, figure senza contesto e, in linea di massima, una figurazione di solitudine, senza divinità. con quello stesso senso moderno e intenso della vita si aggiunsero i ritratti, per lo più limitatamente a figure del mondo dell’arte ed eccezionalmente a familiari ed amici. egli perveniva al ritratto“scolpito” o alla figura, prendendo avvio dal colore ma non nel disegno e nella tecnica pittorica: ogni singola disciplina aveva un proprio spazio, ma per tutte il colore era la fonte primaria, prima ancora che questo fosse realizzato cromaticamente in un determinato contesto. nessuno saprà mai se il suo desiderio di scultura da lungo tempo latente non si identificasse proprio nel concedersi e nell’osare interventi correttivi sul fronte del colore, nell’aspirare a mezzi più concreti e palpabili che significavano appunto rapporto di spazialità.

cavalieri
la prima trattazione del tema equestre, il più significativo nel repertorio dello scultore, fu in bassorilievo; l’origine del tema fu rivelata dallo stesso marino. viaggiando nel 1934 in germania, era stato impressionato dalla statua equestre di un cavaliere nella cattedrale di bamberga, di epoca medievale; quel solitario cavaliere incoronato si trovava lontano, in un mondo che all’artista parve di fiaba. il mito del cavaliere, dell’uomo che prende forza dall’animale che egli domina, che lo conduce e anche lo disarciona, si ampliò di anno in anno, rese alla scultore celebrità mondiale e produsse capolavori a ripetizione. in alcuni esemplari il legame tra il cavaliere e il cavallo divenne quasi simbiotico, come se l’artista volesse fondere in uno i due corpi per giungere alla rappresentazione di un mitico centauro. i cavalieri di marino, almeno fino agli anni drammatici della guerra, furono anche figure serene e calibrate, salde nel loro equilibrio, armoniose nell’alternarsi di curve morbide e di forme squadrate.“le mie statue equestri – dirà lo scultore nel 1972 – esprimono il tormento causato dagli avvenimenti di questo secolo. l’inquietudine del mio cavallo aumenta a ogni nuova opera, il cavaliere è sempre più stremato, ha perduto il dominio sulla bestia e le catastrofi alle quali soccombe somigliano a quelle che distrussero sodoma e pompei. io aspiro a rendere visibile l’ultimo stadio della dissoluzione di un mito, del mito dell’individualismo eroico e vittorioso, dell’uomo di virtù degli umanisti. la mia opera degli ultimi anni non vuole essere eroica, ma tragica”.

pomone
“le mie pomone vivono di un mondo solare, di una poesia solare, di un’umanità piena, di un’abbondanza, di una grande sensualità. rappresentano una stagione felice, che si rompe col tempo tragico della guerra. in tutte queste immagini la femminilità si arricchisce di tutti i suoi significati più remoti, più immanenti, più misteriosi: una specie di necessità ineluttabile, di staticità inamovibile, di fecondità primitiva e inconscia. la figura, la statua impone invece, una più vasta ricerca di forme, di linee, di masse. le mie donne, che alcuni trovano goffe, rispondono a questa preoccupazione. nella figura io mi propongo di approfondire, nell’insieme sempre più unito, più fermo e pure libero e sciolto, il giuoco dei volumi. ma questa ricerca dei volumi non è il solo proposito dello scultore, il quale non deve mai dimenticare che ciò che commuove di più, in una scultura è sempre la sua poesia.
la figura femminile sta nella nostra natura, è come uno che cerca il sole, è la stessa cosa. il principale problema della scultura può essere in rapporti volumetrici purchè a quelli sia aggiunta una vivacità, una vita. in tal caso l’oggetto diventa arte.”

ritratti
nell’angolo destro del piano intermedio, una specie di“isola” verso la cappella rucellai, si è ricostruito un teatrino fatto di alcuni ritratti che hanno reso noto marino in tutto il mondo, per l’immediatezza unita all’essenzialità con cui l’artista ha saputo restituire la personalità di uomini illustri del nostro tempo, soprattutto artisti, ma anche protagonisti della finanza, dell’industria, della cultura: uno spaccato di verità e di vita difficilmente eguagliabile da altri mezzi espressivi. se nel xx secolo dal punto di vista sociale il ritratto era in calo e dal punto di vista estetico nè futurismo, nè cubismo e surrealismo ne avevano bisogno e lo avevano quasi praticamente eliminato, marino invece propose alcuni ritratti psicologici non a sfondo sociale nè con finalità di ordine estetico; egli leggeva, senza circospezione e cercando intuitivamente i tratti fondamentali, l’espressione del volto dei suoi modelli. marino marini fu l’unico a ottenere in alcuni ritratti di suoi illustri contemporanei una rilevante profondità sculturale; per marino il ritratto significò una lettura dell’essere umano, rigorosamente, senza farne eroi o divinità, ma in profonda armonia con quanto richiedeva la passione per la musica, la letteratura e l’arte, i mondi cioè cui appartenevano i protagonisti delle sue opere.

personaggi del circo e altri soggetti
negli anni cinquanta apparve un numero piuttosto cospicuo di piccole sculture che nel xx secolo assunsero il significato di elaborazione di ciò che nel xix secolo significarono i motivi desunti dalla commedia dell’arte e dal piccolo mondo del circo. le piccole figure erano in parte l’aspetto quasi autobiografico di marino. quasi, perchè anche in queste dimensioni ridotte e nella scarna figurazione, l’autoidentificazione rimase discreta. il suo senso per la figurazione tardo-preistorica in scala ridotta e la sua attenzione per i fossili, preservarono il suo stile da preziosismi del tipo“stile da salone” del xviii e xix secolo. il suo grande amore era rivolto all’arcaico, all’autentico disadorno, inelegante, che, alieno da deviazioni barocche, mirava in linea diretta all’espressività. così la sua versione dei saltimbanchi, dei personaggi delle fiere con lo spettacolo viaggiante, e soprattutto della gente del piccolo e povero circo itinerante, ne divenne un’interpretazione soggettiva. egli fu intimamente affascinato e colpito profondamente dalla natura del mestiere di intrattenere la gente che, oltre al divertimento, aveva creato tipi eterni come il danzatore sulla corda, l’acrobata, il prestigiatore, il lanciatore di palle e soprattutto il pagliaccio.