CRITICA

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gianfranco contini sostiene che marino marini sia stato dotato di una“mentalità scultorea”, e porta a sostegno della sua affermazione contributi critici illustri come quello di vitali, che vede nell’opera di marini una aspirazione a una rappresentazione del dato naturale che giunga a un assoluto plastico; o ancora, di argan, che evidenzia il superamento del conflitto fra plastica dei volumi e plastica impressionistica. inoltre, secondo guido giuffrè, nel video “la grande arte”, “nessuno come marino in questo secolo realizzò la tradizione nella modernità”.

la tradizione, tiene a sottolineare giuffrè non è per marino pedissequa fedeltà al passato ma“ fede in certi valori, valori del mondo, dell’uomo, della storia, un certo modo di vivere, una certa considerazione della vita e delle sue vicende”. la modernità di marino è per giuffrè“ consapevolezza del proprio tempo” intesa come adesione completa a nuovi criteri, nuovi valori, al pensiero contemporaneo.
del resto, georg picht in kunst und mythos( struttgard 1987), sostiene che“l’arte anche nel xx secolo vive di esperienze mitiche”. werner haftman sottolinea che l’opera di marino va proprio vista in questo senso.“anch’essa – scrive haftman – appartiene ai massimi livelli dell’arte moderna, che trovavano le loro immagini e le loro forme a partire da esperienze fondamentali mitiche.” marino marini, come ricorda haftman, si definiva spesso “un discendente degli etruschi” e quando, “tentava di imitare i loro gesti come per spiegare meglio ciò che volevano dire, allora diventava un’unica cosa con le sue creature, anch’egli di questa razza particolare dall’origine remota”. in sostanza, la “definizione di una risolutiva figura mitica archetipica è il compito autentico che marino marini si propone di affrontare attraverso la sua scultura”.

un capitolo a parte meritano i ritratti eseguiti da marino marini. guido giuffrè a questo proposito scrive: “le teste, cioè i ritratti che marino ha saputo fare, non erano delle sculture ma dei romanzi completi”. e lo stesso artista scrive che dopo aver fissato gli elementi formali essenziali “bisogna entrare nello spirito del personaggio: qui è la difficoltà di immaginare questa fisionomia nello spazio dell’umanità, cioè quello che rappresenta riguardo agli altri uomini, alle altre personalità umane; detto questo è tutto fatto. questa verità deve resistere in me fino a completare l’opera ritrattistica. (…) esaurito questo compito, piazzato il soggetto nel regno dei morti che rimangono vivi, consegno la mia opera”.